imitati forse, uguagliati mai !!!!!!

 

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I BERSAGLIERI DELLA STEPPA

 

3° e  6° BERSAGLIERI IN TERRA DI RUSSIA


Su quell'immensa pagina di neve scriveste, con il sangue, una leggenda. Il cielo canta l'epopea stupenda nel vento delle steppe. Lungo il lieve trascorrere dei fiumi par che attenda, la vostra schiera, l'ordine che deve resuscitarla. Il Fato più non beve la vostra vita con la bocca orrenda. Siete Spirito. Il fante e il legionario sono angeli guerrieri, e la foresta raccoglie l'eco delle loro voci. Mentre la neve cade sulle croci e copre i passi stanchi di chi resta per sopportare ancora il suo calvario. Mario Maniero

Dal libro "I FIGLI DEL VENTO E DELLA VITTORIA" di Fausto Mandelli
Bersaglieri in terra di Russia

Il XXV non è più in grado di sopportare il peso di tanta usura ormai è ridotto a una sparuta schiera di uomini sfiniti.
Poco distante c'è il Battaglione Cervino degli alpini, unica riserva disponibile. Con loro si ritorna nuovamente all'attacco e con loro si ristabilisce l'equilibrio.
Battaglione Cervino alla baionetta! gridano i comandanti!
Bersaglieri del 3°, alla baionetta! grida Palazzolo! E piume e penne volano verso la Quota.
Francesco Messinese, milanese del verziere, raccoglie una bandiera e la sventola fiammeggiante fin sulla cima in testa agli assalitori.
Più avanti, giù per i pendii ancora in mano all'avversario, frammisto ai suoi morti, c'è il tenente Palermo arrivato da pochi giorni al Reggimento. All'appello quella sera manca anche Giovanni Meazza, il prode tra i prodi, al quale nessuna ricompensa ufficiale sarà mai data.
Una breve sosta nel combattimento.
I bersaglieri sono affamati e stanchi ma il nemico non dà tregua; torna a gruppi serrati.
L'oscurità e la conoscenza del terreno lo aiutano nell'impresa; striscia invisibile, si finge morto, poi ad un tratto, sgrana il rosario dei parabellum. Tre contrattacchi, uno dopo l'altro e a breve distanza di tempo, urtano quella notte contro gli uomini del 3°.
Intanto il 6° attacca Quota 208,4 difesa da due Battaglioni russi. Essa domina leggermente il terreno tra gli abitati di Jagodnje e WerkForminskiy ed è occupata dalla 9ª Compagnia dal capitano Grotti e del sottotenente Santambrogio.
Il sottotenente Salvatore Loi della cannoni da 47/32 si batte con un eroismo degno delle migliori pagine della storia cremisi.
Qui anche il 24, dall'alba al tramonto, sulle altre Quote si scatena un fuoco tremendo. Le posizioni del 3° e del 6° vacillano e all'imbrunire dopo sei violenti attacchi, il nemico si apre un varco a sud di Jagodnje e minaccia di dilagare a tergo dello schieramento.
Nelle posizioni più avanzate il colonnello Felici è raggiunto al capo da una scheggia ed abbandona il comando a Luigi Gianturco; ferito è anche il comandante del VI Trevisani mentre Taccioli era già caduto alla testa del XIII. Il sottotenente Lino Gucci, il medico bersagliere, aveva già sfidato in precedenza l'ira nemica dedicando le prime cure ai bersaglieri feriti in prima linea. Il suo spirito di ardente bersaglierismo lo portava sempre nelle prime posizioni della lotta a curare i dolori del combattimento.
Col pennacchio sull'elmetto nascondeva la Croce Rossa dando così un altissimo significato alla sua missione; scompare nella mischia: medaglia d'Oro!
Aldo Chiarini di San Giorgio in Piano, magnifico graduato, trascina la sua squadra nei sei contrattacchi per la difesa ed il possesso delle Quote; ferito gravemente all'addome trattiene con le mani gli intestini fino al posto di medicazione: ho vissuto da bersagliere e da bersagliere voglio morire!: Medaglia d'Oro!
Anche Quinto Ascione proposto per la massima ricompensa commutata in quella d'Argento cade! Le case di Jagodnje, più tardi celebrate e conosciute in tutto il mondo ad opera di Sciolochow, premio Nobel della letteratura nel 1965, con il suo Placido Don, diventano improvvisamente un caposaldo di estrema importanza da difendere all'ultimo sangue e all'ultima gloria ed il martirio spetta ai bersaglieri di Ercolani e di Palazzolo.
L'urto decisivo è del 25 contro il caposaldo di Tschebotarewskij posto a protezione di Jagodnje. Il 3° regge; il Novara ed il Savoia accorrono a sbarrare la penetrazione e con l'aviazione che mitraglia e spezzona, il nemico è contenuto.
Il 26 la situazione peggiora ancora.
All'alba preannunciatasi calma, succede il giorno tremendo con la prima linea segnata da una tragica fila di morti. Il maggior peso dell'attacco si riversa sul XXV mentre azioni diversive vengono effettuate sul XLVII Battaglione motociclisti del tenente colonnello Rubini impegnato duramente nell'abitato di Bachmutkin. La difesa della 2ª, della 3ª e della 106ª motociclisti è meritevole di alto elogio.
Cade Don Palmiro Morandi, Cappellano del Battaglione proposto per la medaglia d'Oro e con lui il sottotenente milanese Ferruccio Petracchi: ferito resta al suo posto ed aziona personalmente una mitragliatrice tolta ad un bersagliere cadutogli al fianco.
Assunto il comando della Compagnia rimasta priva di ufficiali la conduce all'assalto contro un nemico cento volte superiore ed è fermato solo da una sventagliata di parabellum: medaglia d'Oro!
L'attacco si esaurisce nell'insuccesso, ma deciso ad impadronirsi ad ogni costo di Jagodnje, il nemico si accanisce contro la balka Krisaja.
Anche questa volta i suoi sforzi sono vani nonostante l'afflusso di nuove grosse unità e solo verso le undici riesce ad infiltrarsi nello schieramento a sud del caposaldo di Bachmutkin e il combattimento si riaccende sul fronte della Celere con una violenza disperata.
Jagodnje però regge bene.
Quando il cerchio di fuoco la investe da tutti i lati e le fiammate delle mitragliatrici e dei parabellum sono a distanza ravvicinata l'ardore dei bersaglieri rompe il tragico incanto e l'avversario è costretto a ripiegare. Cinque volte si ripetono nella notte successiva gli assalti e per cinque volte nella tragica oscurità di quelle ore si ripete il grido: Terzo! Terzo di qui non si passa!
Jagodnje segna anche l'epopea del reparto sanitario del Reggimento. Muore il capitano Stralluzzi e con lui il sottotenente medico Cao del XXV e due infermieri; Mugnaini, medico del XVIII è gravemente ferito.
Avanza il giorno e la battaglia ingrossa.
Le munizioni scarseggiano e la radio del comando non funziona più. Gli episodi sono così convulsi che i proiettili delle nostre artiglierie cadono spesso sui difensori e attraverso il vuoto della morte il nemico passa e dilaga.
E' gravemente ferito il tenente Natali. Mengozzi, ferito è costretto ad abbandonare il reparto, ferito pure è Frizé che ha portato due volte la Compagnia al contrattacco.
Cade il caporal maggiore Anfesi dopo aver ricacciato da solo un gruppo di nemici e con lui Ercole Romenzani alla testa della sua squadra.
Sono feriti quasi tutti i comandanti dei minori reparti.
Il momento è tragico. E' rimasto solo il Tricolore di Messinese con pochi ufficiali; Fumagalli, Raimondi, Fanucchi, Cataldo, Stricchi, Romanelli e Perrone guidati da Palazzolo vanno all'ultimo contrattacco. Li sostiene e li incita lo spirito di Aminto Caretto che li porta alla vittoria ed alla seconda medaglia d'Oro al valore collettivo!
Superba unità di guerra non paga del grande sangue e delle eroiche imprese compiute nel precedente ciclo operativo, chiamata all'arresto di grandi masse nemiche trascinate sul Don, le ricaccia con impetuoso attacco facendo brillare di piena e fulgida luce di fronte all'alleato ed allo stesso nemico, le virtù guerriere della stirpe italica.
Il sacrificio delle medaglie d'Oro Chiarini, Petracchi e Gucci, l'eroismo del tenente Di Primo e di Santambrogio, di Sani e di Sartori, costituiscono anche per il 6° il nobile retaggio che i pochi superstiti raccolgono e custodiscono con l'impegno di esserne degni.
Per quindici giorni il nemico tenta in quotidiani attacchi di impossessarsi delle sue posizioni, ma il Reggimento di Bologna non cede mai.
La Quota 208,4 è il suo calvario ma resta anche la sua gloria.
A difenderla per una profondità di circa due chilometri stanno il XIII ed il XIX Battaglione sui quali il nemico si scaglia il 10 settembre.
La 9ª Compagnia perde quasi tutti i suoi effettivi ma non un palmo di terra; il suo comandante, il sottotenente Loi, ferito, è proposto per la massima ricompensa al valore che sarà poi commutata nella medaglia d'Argento; attorno a lui cadono Boschetti due volte decorato, il maresciallo Bresci ed il sergente Gualandi e tanti altri.
Don Celestino Nardin, il pio benedettino olivetano, Cappellano del Reggimento, è decorato per la seconda volta. Con l'azzurro del suo petto e quello della depauperata schiera dei superstiti si chiude la prima battaglia difensiva del Don e la prima parte di gloria del 6° che si guadagna come il confratello combattente al suo fianco una splendida medaglia d'Oro.
Salda e forte unità di guerra, già temprata in mesi di aspra lotta su altro fronte, si prodigava nella dura Campagna di Russia e nella leggendaria marcia dal Donez al Don dando il suo potente contributo decisivo alla battaglia rendendo vani i ripetuti attacchi fatti dal nemico con mezzi e forze assolutamente preponderanti.
E' il giusto premio ad un eroico Reggimento e al suo comandante che il 28 settembre lascia il comando ed è il retaggio di fede e di ardimento che Mario Carloni dovrà raccogliere per i futuri cimenti.
Il nuovo comandante è il padre della medaglia d'Oro Bruno Carloni caduto alla testa della 2ª Compagnia a Quota 360,2 e viene dalla Balcania.
Con lui il 6° continuerà la storia, l'ultima storia cremisi della sua vita, tra Bolschai e il Donez, da Rikowo al Dnieper fino a Pawlograd dove il 20 febbraio del 1943 si guadagnerà la seconda medaglia d'Oro al valore collettivo.

MESKOFF E CERKOWO Sacrificio e Gloria

Siamo alla più alta epopea del 3° ed al compimento di una impresa titanica del 6°.
Si ripete ora la tragedia della Grande Armata napoleonica; la tragedia di tutti gli uomini che nella sventura hanno trovato la forza di reagire alle avversità e di mostrarsi degni delle imprese loro affidate.
Il 3° che aveva raccolto tanta gloria ed avrebbe potuto attraversare ancora la steppa e sfidare i carri armati e la cavalleria cosacca, ha l'ordine di resistere e di immolarsi attorno alle isbe di Meskoff e di Cerkowo per dar tempo ai reparti italiani e alleati di abbandonare la linea e salvarsi.
Così anche il 6°.
I due Reggimenti privi dei vecchi combattenti morti o feriti o avvicendati, agli ordini di due nuovi intrepidi colonnelli, Longo e Carloni, appena giunti in Russia, tengono fede all'impegno assunto sacrificandosi fino all'estremo e scrivendo la più bella pagina della storia di questa Campagna. Anche loro come i fratelli di Nikitowka si consumano perché altri non muoiano.
I pochi del 3° che, finite le munizioni, affamati, oppressi dalla lunga veglia e svigoriti dai tremendi attacchi e irrigiditi dal freddo sono fatti prigionieri, si incolonneranno per la lunga e dolorosa marcia del Davai e si imporranno all'ammirazione dell'avversario, fieri nella prigionia, non rinnegando mai la Patria e il passato di prodi Figli di Lamarmora.
Gli altri, quelli del 6° si imporranno all'ammirazione degli alleati e dei compagni delle altre armi; per loro si sacrificheranno facendosi scudi di acciaio, impedendo nelle sacche paurose dei russi di attanagliare i grandi reparti ripieganti. Gloria, gloria, gloria a voi o prodi che trasfigurati da una lunga prigionia o restituiti alla Patria dopo aver protetto intere legioni, avete saputo mantenere la fermezza degli uomini liberi e coscienti della grandezza del compito assolto!
Quando il colonnello Mario Carloni assunse il comando del 6° ben pochi erano i veterani ancora presenti al reparto, che dopo un breve periodo di riposo negli accantonamenti di fortuna a Bogutschiar, il 22 novembre, poterono essere nuovamente schierati, in linea.
Le acque del Don, lente e sornione nei mesi estivi, ora hanno fermato il loro andare e indurite dal gelo non rappresentano più un ostacolo naturale, e le pattuglie nemiche sopra di esse svolgono una intensa attività di disturbo per tutto il vastissimo tratto di fronte.
A riprova di una saldezza d'animo che lascia ben sperare per le prossime dure prove imminenti, tutti si comportano da prodi, veterani e complementi.
Il 16 la grande offensiva nemica è in atto sull'intera linea dell'A.R.M.I.R.. I russi, come l'anno precedente, fanno largo uso di forze corazzate e di truppe fresche.
Il 3° è violentemente investito sul caposaldo di Jagodnje.
Nessuno si fa più illusioni.
La vastità enorme dei quaranta chilometri difesi dai due Reggimenti, la mancanza di mezzi corazzati e dell'aviazione impegnati nella immane lotta di Stalingrado, la esiguità delle riserve, un solo Battaglione di bersaglieri a riserva dell'intera Celere, e la scarsità delle artiglierie anticarro, hanno un peso dominante sull'esito negativo della battaglia.
Nelle isbe e nelle balke i combattenti attendono vigili la grande ora.
Nella vastità delle notti e sulla distesa gelata del fiume dove bersaglieri e mortieri scrutano ansiosi, scivolano leggere le pattuglie nemiche.
Ogni giorno l'aviazione nemica intensifica i bombardamenti; ogni giorno nuovi scontri ed uno stillicidio di morti e di feriti.
L'aiutante maggiore del XVIII tenente Paolotto cade investito da una raffica di aereo. Gino Sintini della 17ª Compagnia cannoni perde gli occhi accanto alle spoglie del tenente Apostoli.
Muore il sergente Puppis; stoico e fiero è il comportamento del capitano Gastone Nardi che, non abbandona la lotta anche quando il congelamento lo fa stramazzare al suolo. Piselli, Quadroli, Vannucci, Albrizio, tutta gente del VI, si comportano da prodi e il XIII costituitosi a caposaldo agli ordini del tenente Morra rompe l'accerchiamento nemico per congiungersi ai resti della Sforzesca.
Il 20 la lotta è furibonda. I bersaglieri con le bombe a mano affrontano i pesanti T34 per due giorni consecutivi.
Il 24, l'intero Battaglione sopraffatto vede i pochi superstiti incamminarsi sulla dolorosa strada della prigionia.
Il VI ed il XIX, impegnandosi in disperate, eroiche azioni di difesa, coprono i movimenti delle Divisioni in ritirata. Più volte accerchiati rompono sempre la morsa avversaria e raggiungono le nuove posizioni da difendere ancora.
Anche qui l'eroismo è di tutti e per tutti vale citare i nomi dei sottotenenti Rosa e Siniscalchi, di Ragonigi, di Zampieri e Bergonzini, di Piazzi, Cornaccini e Baldassarri.
Il maggiore Lecchi e i sottotenenti Bracchi e Camerini, prigionieri, per quattro lunghi anni alimenteranno nei bersaglieri compagni di sventura, il culto dell'onore e della Patria.
Ora il nemico tenta di impedire i movimenti ai settori del 3° e approfitta dei punti deboli per allargare la sua azione fra i capisaldi del XVIII e del XXV. L'attacco si profila violento.
Sono mobilitate tutte le riserve umane della steppa; divisioni di siberiani, di mongoli e di tartari sono gettate nella lotta.
Sui crinali delle balke del Don, fumanti nella tormenta, ad una temperatura di oltre 30 sotto zero, sferzati dal vento della pianura immensa, tedeschi, ungheresi, rumeni e italiani difendono la sponda destra quando già tra caposaldo e caposaldo si sono insinuati grossi reparti corazzati.
Tutta la Celere già il 16 ha il presentimento del sacrificio.
I valorosi nostri due Reggimenti, gli artiglieri del 120°, i mortieri dell'88°, la Legione croata, i bersaglieri del LXVII corazzato e del XLVII motociclisti, gente che ha vissuto per mesi e mesi la gloriosa epopea dello CSIR assaporando l'ebbrezza dei successi, oggi sa di non dover abbandonare il posto e di morire. L'11ª Compagnia del XXV è attaccata all'alba dalle forze russe.
Il comandante Federico Imbriano reagisce furiosamente e dopo quattro ore respinge il russo penetrato nei camminamenti; quaranta morti con i sottotenenti Ragucci e Rizza; qualcuno tiene ancora il fucile imbracciato. Sulla sua postazione Ragucci aveva disegnato un elmo con il piumetto e scritto: di qui non si passa finché siamo vivi! Tutti hanno tenuto fede a quelle parole!
Attraverso i vuoti dei Battaglioni, guardati dalle pattuglie mobili, il nemico avanza risalendo la valle Tichaja e punta velocemente su Meskoff dove è il comando della Divisione.
Il 18, il 19 e il 20 la città resiste magnificamente.
Premuta fortemente sul fianco destro, minacciata alle spalle dalle mobilissime truppe infiltratesi, sottoposta ad un fuoco infernale di mortai e di artiglierie di tutti i calibri, martellata notte e giorno dall'aviazione, non cede un palmo di terra. Il 3° e la Legione croata si battono leoninamente.
Il colonnello Felici ferito ad una costola lascia il comando al colonnello Longo. L'attacco è stroncato anche dagli scritturali, dai carabinieri, dagli attendenti, dai furieri e da appartenenti ai servizi di quindici unità, molti dei quali alla sera non rispondono all'appello.
Il comando del Corpo d'Armata tedesco, per proteggersi, si ritira portando con sé il 6° che arretra combattendo per una ventina di chilometri.
Solo il 3° schierato intero è vigile attorno alle unità che dal Don vanno a costituire una nuova linea di difesa sul Tichaja. Il più bel Reggimento della Campagna di Russia si sacrifica per consentire agli altri la salvezza.

Ha l'ordine di restare sul posto e resta: abbandonerà il fiume solo quando tutto sarà finito e con la Legione croata e il 120° artiglieria si incamminerà verso Meskoff, altare del suo ultimo sacrificio; indicherà a tutti la strada della salvezza ma rinuncerà a seguirla!
L'ordine del suo ripiegamento dopo lo sventramento del fronte è del giorno 20 e la marcia di trenta chilometri dura l'intera giornata e la notte del 21.
Il Reggimento ormai non è più la retroguardia di un esercito in ritirata come nei manuali di guerra; è un corpo staccato, abbandonato alla sua sorte.
Invece dei tedeschi a Meskoff ci sono i russi! Bisogna cacciarli.
La Legione croata attacca con gli uomini del tenente Braccia ed è uno spettacolo eroico. Molti cadono ma altri continuano come se la morte fosse un fatto a loro estraneo; la bella legione slava è interamente distrutta.
Attaccano quelli del XVIII già mal ridotti nei giorni precedenti e il loro strazio dura tutta la giornata e la notte seguente. Assalti e contro assalti. Le mitragliere da 20 del tenente Grosser cercano i carri armati russi che sono appena accarezzati dai colpi. Nidi di mitragliatrici fanno strage di bersaglieri nei tratti scoperti. Imbriano alla testa dell'11ª compie prodigi di valore attorno alla chiesa di Meskoff avvolta dalle fiamme.
Le isbe vomitano fuoco da tutti i pori ma il XX ed il XXV penetrano più volte fra casa e casa malgrado l'inferno che li circonda.
La notte del 22 è un incubo di scoppi, di lamenti di feriti, di disordinate corse nell'oscurità e di ricerche affannose dei compagni scomparsi nella mischia.
Giunge l'ordine di ripiegare alle prime luci e Longo tenta di riordinare i sopravvissuti.
Il settanta per cento manca all'appello! Gli ufficiali sono attorno agli ultimi uomini.
Kalmikoff è una conca e tutt'intorno sui suoi crinali vi è una miriade di sagome nemiche e di carri armati e di mortai ed una pioggia di bombe e di proiettili a non finire.
Quanti mezzi e quante fanterie sono necessari per piegare la forza di un Reggimento semidistrutto e di pochi croati! La potenza del nemico è ritardata dalla potenza dei cuori dei Figli di Lamarmora!
Così il 3° è stato visto per l'ultima volta attorno alla collina di Meskoff e nella conca di Kalmikoff; così per l'ultima volta sono stati visti i volti di questi grandi uomini!
Il capitano medico Rossi abbandona l'ospedale ormai colmo di morti e anche lui va a morire nella mischia. Pallavicini e Bertacchi pure medici del Reggimento organizzano gli infermieri ed i servizi dell'ospedale da campo e corrono alla battaglia.
La storia di Meskoff è una interrotta offerta di sangue in una battaglia senza speranza e i suoi sacrifici e le sue glorie rimarranno sconosciuti per la maggior parte.
Qui il bersagliere è solo davanti al suo coraggio ed all'Altissimo. Non ha nessuno che lo vede e possa raccontare le sue gesta dopo Meskoff; il suo eroìsmo resta anonimo; per questo non sarà mai possibile rievocarlo!
Carlo Garau, fratello della medaglia d'Oro Giovanni, e il sottotenente Martelli, gravemente feriti in ripetuti attacchi sono ricoverati nella chiesa che brucia e nelle poche ore che precedono l'annientamento del Reggimento sono di conforto e di esempio a tutti i feriti. Della loro fine nulla si saprà come di quella di tutti i ricoverati in quel luogo santo.
Il caporal maggiore Stroppa scompare con la sua mitraglia e con l'intera sua squadra. Il tenente Parmeggiani ferito e catturato non rivedrà più la Patria e il bersagliere Mandrini che lo aiuta nella tragica odissea verso i reticolati non avrà miglior fortuna: anche di lui non si saprà più nulla.
Tata e Squadroni, fidi collaboratori del colonnello Longo e valorosi comandanti di Battaglione morranno durante l'allucinante marcia della prigionia. Anche Giuliano Fanucchi sempre ardente di fede e di azione cederà durante quella feroce marcia; abbandonato febbricitante in una jsba alle cure di una ucraina scomparirà per sempre. Il siciliano Stefano Cattafi di Barcellona, ferito ad Arbusow non desiste dall'attacco fino a quando non riesce a vincere il nemico e su di esso cade: medaglia d'Oro. Il capitano Matteo Marciano con i suoi superstiti assalta cinque volte l'avversario prima di morire.
Mario Ciotti all'ordine di ripiegare urla selvaggiamente che cento italiani valgono tremila russi e non si muove: rimane là, per sempre, nella neve di Meskoff. Il colonnello Longo tradotto davanti ad un alto ufficiale russo per essere interrogato si sente congratulare per l'eccezionale valore dei suoi bersaglieri che soli, con il balenio delle baionette ed il fragore delle piccole bombe a mano, soli con i loro morti, si ersero contro l'acciaio dei carri armati, infransero le cinture ferrate nemiche sdegnando il pericolo, bagnandosi sempre nel sangue dei fratelli prima di ogni balzo verso la gloria e verso la morte.
I pochi superstiti abbandonati nell'immensità della neve che circonda i fili spinati dei campi di prigionia saranno confortati da Don Bonadeo degno continuatore dell'opera di Don Mazzoni e di Don Davoli.
E la cronaca della prigionia degli uomini del 3°, come del resto quella di tutti i soldati d'Italia cui toccò quella triste sorte, è la più spietata pagina della storia dell'umanità dove ogni pietà è morta, ma i bersaglieri in quella tragedia, posti fuori della guerra, in quei vasti campi dominati dalla ferocia e dalla più grande miseria, tengono fede al giuramento della Patria.
A Kantemirowka per tre giorni, il 17, il 18 e il 19 dicembre il tenente colonnello Luigi De Micheli, il maggiore Bertolucci ed il caporale Trevisani con sedici volontari tutti addetti ai servizi di sussistenza, presidiano la città e la difendono dai russi.
Solo quando i magazzini sono sgombri e tutto il materiale è posto in salvo essi rompono l'accerchiamento. I pattuglioni che si affacciano al paese sono ricacciati con i moschetti e le bombe a mano, unico tesoro di quei pochi prodi.
A Cerkowo il 13 era giunto Virginio Manari con i complementi che non si erano riuniti al Reggimento a Meskoff.
Il fronte è frantumato, la ritirata ingoia interi reparti e nell'abitato si insinuano i primi carri armati russi.
Manari si prepara alla difesa e per giorni e giorni lotta, corpo a corpo, come uno qualsiasi dei suoi bersaglieri.
Gli è a fianco il dalmata Enzo Drago, grande cuore di bersagliere e trascinatore di reparti nella lotta disperata.
E' tutta gente già provata nei combattimenti della valle di Arbusow e venuta a Cerkowo in cerca di un po' di riposo, ma questo è un punto obbligato per le truppe che ripiegano e bisogna difenderlo il più a lungo possibile.
I russi premono disperatamente sul caposaldo con ogni specie di artiglieria e di mortai che producono immensi vuoti nelle file italiane e tedesche.
La notte di fine anno Manari è ferito, e il giorno dopo, capodanno 1943, piega la testa fra le braccia del caporale maggiore Antonio Loizzi e la sua salma calerà nella bara di ghiaccio con il piumetto e la divisa logora bucata da tanti colpi.
Sotto la guida di un altro valoroso bersagliere, il maggiore Cesare Massone, Cerkowo regge ancora per parecchi giorni e i difensori scrivono un'altra pagina degna di ricordo nella storia del Reggimento.
Il 18 gennaio con i fanti dell'80° e con i reparti tedeschi ormai fusi in unico blocco si aprono un varco nelle linee avversarie e ripiegano verso luoghi più sicuri: verso la salvezza.
Al 6° che aveva seguito il comando dell'Armata tedesca e respinte tutte le infiltrazioni nemiche è affidata la difesa di Kjiewski punto di incontro delle forze in ritirata. Compito duro e impegnatissimo questo, contro le corazze nemiche.
Anneskj è la prima tappa del suo cammino nella notte di Natale del '42 e il nemico è frustrato. Krassnojarowka è la seconda ma qui i russi non vogliono cedere e incendiano il paese. Tra le fiamme, in una atmosfera allucinante la lotta si fa accanita, i bagliori la rendono irreale come irreale è il valore degli uomini del 6°.
Poi Marijewka, venticinque chilometri più a ovest, e sempre alla retroguardia in duelli furibondi contro un avversario baldanzoso. Tutti sono prodi, dal colonnello Carloni al maggiore Fortunato ai bersaglieri Bassi, Ghetti, Diletti, Romagnoli, Turco, Scotti, agli ufficiali medici Bononcini, Biso ed Elisci tutti decorati.
E le perdite! Quante sono le perdite? Nessuno riuscì mai a saperlo! I superstiti paghi di contribuire a salvare tanti fratelli in cammino verso la casa e al ricordo delle vittoriose battaglie sostenute durante l'estate precedente sulla Quota 331,7, a Jwanowka, Bobrowskiy, Baskowskiy e Jagodnje alimentano nella lotta il pegno d'onore da rispettare fino in fondo, fino all'ultimo di ognuno di essi.
La ritirata nel quadro dell'arretramento dell'intero fronte si tinge dei colori della tragedia.
Le pagine del più fulgido eroismo si stemperano nel grigiore della sconfitta, ma troppa è la luce che rifulge sul 6° perché essa possa scolorirsi nel nulla.
A Korsunnj nel gennaio, fuori dell'immediato raggio d'azione della incessante offensiva nemica il Reggimento spera in un meritato riposo ristoratore. La speranza è troncata dopo brevi giorni.
Il nodo ferroviario di Pawlograd è in serio pericolo e la sua perdita condurrebbe alla catastrofe delle unità tedesche in ritirata. Tocca al 6° difenderlo e respingere le formazioni corazzate sovietiche che minacciano l'intero schieramento del Dnieper a Ternowa, a Dimitriewka e a Borgdanowka. Resiste fino alla metà di febbraio agli assalti russi e all'insidia partigiana.
Man mano che i giorni passano il fronte si accende di nuovi e sempre più insistenti bagliori di lotta culminanti a Pawlograd il 17.
Il VI e il XIX Battaglione stremati difendono il caposaldo incalzato da ondate che si rinnovano senza interruzione.
La lotta assume toni drammatici; le posizioni perdute nei primi attacchi sono riconquistate e mantenute per ben dieci giorni durante i quali le Divisioni tedesche organizzano una linea di difesa sul fronte del Dnieper. I mezzi nulla hanno potuto contro la volontà eroica dei bersaglieri e un nuovo serto di gloria corona tutto il 6°.
Il 17 Pawlograd è abbandonata e il Reggimento si dirige a Nowo Moskowsk.
Sfilano sul ponte del Samara, difeso ad oltranza, le artiglierie, gli automezzi ed i carri armati tedeschi; ultimi i bersaglieri di Carloni e le piste della steppa si tingono ancora di sangue e si punteggiano di piumetti neri disseminati lungo i tratturi accanto ai mezzi corazzati distrutti.
A Snamenka la reazione nell'interno dell'abitato è ancora vinta dai bersaglieri; poi a Dnieppetrowsk dove il compito del Reggimento finisce contro gli ultimi attacchi nemici.
La Campagna di Russia si è conclusa. Il sigillo dell'eroismo glielo ha impresso il 6° Reggimento bersaglieri!
E l'ultima gloria segnò i petti del maggiore Fortunato, del bersagliere Savini, del Cappellano Don Gherardi, dei tenenti Rossi Sabatini ed Eibestein, di Golinelli, di Briganti, e di Casati, di Grieco, di Buchi e Siniscalch, di Nelli e di Magnani; andò a sfiorare i tumuli dei 1734 rimasti in tutti gli angoli della steppa e si posò sulla Bandiera del Reggimento con la seconda medaglia d'Oro dedicata ai vivi ed a tutti i morti che in nobile gara di eroismo e di sacrificio con altre truppe, avanguardia ardimentosissima in cruente punte controffensive, temeraria ed implacabile retroguardia, in durissimi combattimenti di arresto contrastò passo a passo le forti Colonne nemiche, rompendo più volte l'accerchiamento con mezzi ed armi inferiori per numero ed efficienza, tenendo ovunque alto il nome d'Italia.
E tutti nella Campagna, attraverso le vicende più disperate riuscirono a mantenere la volontà ardente di resistere per un altro mese anche quando l'ultimo reparto dell'ARMIR aveva cessato di combattere.
Contro tutti gli ostacoli e ogni squilibrio di mezzi, superando il tormento imposto dal clima e le fatiche e i disagi imposti dalla disfatta, scrissero pagine di eroismo degne di uomini di antica leggenda, degne solo degli uomini del 6° Reggimento Bersaglieri!
E quando, tornati in Italia, costretti ad abbandonare le armi in un campo di disinfezione e a proseguire il cammino disarmati, videro la loro Bandiera avviarsi alla sede di Bologna scortata solo dal colonnello Comandante e da due sottufficiali, non imprecarono contro la miseria dei tempi e degli uomini; tutti, tutti, tornarono alle loro case ed alle loro opere di vita a testa alta, fieri del dovere compiuto e del nastro azzurro che fregiava i loro petti.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:  31-07-10