3° e 6°
BERSAGLIERI IN TERRA DI RUSSIA
Su quell'immensa pagina di neve
scriveste, con il sangue, una leggenda. Il cielo canta
l'epopea stupenda nel vento delle steppe. Lungo il lieve
trascorrere dei fiumi par che attenda, la vostra
schiera, l'ordine che deve resuscitarla. Il Fato più non
beve la vostra vita con la bocca orrenda. Siete Spirito.
Il fante e il legionario sono angeli guerrieri, e la
foresta raccoglie l'eco delle loro voci. Mentre la neve
cade sulle croci e copre i passi stanchi di chi resta
per sopportare ancora il suo calvario. Mario Maniero
Dal libro "I FIGLI DEL VENTO E DELLA
VITTORIA" di Fausto Mandelli
Bersaglieri
in terra di Russia
Il
XXV non è più in grado di sopportare il peso di tanta
usura ormai è ridotto a una sparuta schiera di uomini
sfiniti.
Poco distante c'è il Battaglione Cervino degli alpini,
unica riserva disponibile. Con loro si ritorna
nuovamente all'attacco e con loro si ristabilisce
l'equilibrio.
Battaglione Cervino alla baionetta! gridano i
comandanti!
Bersaglieri del 3°, alla baionetta! grida Palazzolo! E
piume e penne volano verso la Quota.
Francesco Messinese, milanese del verziere, raccoglie
una bandiera e la sventola fiammeggiante fin sulla cima
in testa agli assalitori.
Più avanti, giù per i pendii ancora in mano
all'avversario, frammisto ai suoi morti, c'è il tenente
Palermo arrivato da pochi giorni al Reggimento.
All'appello quella sera manca anche Giovanni Meazza, il
prode tra i prodi, al quale nessuna ricompensa ufficiale
sarà mai data.
Una breve sosta nel combattimento.
I bersaglieri sono affamati e stanchi ma il nemico non
dà tregua; torna a gruppi serrati.
L'oscurità e la conoscenza del terreno lo aiutano
nell'impresa; striscia invisibile, si finge morto, poi
ad un tratto, sgrana il rosario dei parabellum. Tre
contrattacchi, uno dopo l'altro e a breve distanza di
tempo, urtano quella notte contro gli uomini del 3°.
Intanto il 6° attacca Quota 208,4 difesa da due
Battaglioni russi. Essa domina leggermente il terreno
tra gli abitati di Jagodnje e WerkForminskiy ed è
occupata dalla 9ª Compagnia dal capitano Grotti e del
sottotenente Santambrogio.
Il sottotenente Salvatore Loi della cannoni da 47/32 si
batte con un eroismo degno delle migliori pagine della
storia cremisi.
Qui anche il 24, dall'alba al tramonto, sulle altre
Quote si scatena un fuoco tremendo. Le posizioni del 3°
e del 6° vacillano e all'imbrunire dopo sei violenti
attacchi, il nemico si apre un varco a sud di Jagodnje e
minaccia di dilagare a tergo dello schieramento.
Nelle posizioni più avanzate il colonnello Felici è
raggiunto al capo da una scheggia ed abbandona il
comando a Luigi Gianturco; ferito è anche il comandante
del VI Trevisani mentre Taccioli era già caduto alla
testa del XIII. Il sottotenente Lino Gucci, il medico
bersagliere, aveva già sfidato in precedenza l'ira
nemica dedicando le prime cure ai bersaglieri feriti in
prima linea. Il suo spirito di ardente bersaglierismo lo
portava sempre nelle prime posizioni della lotta a
curare i dolori del combattimento.
Col pennacchio sull'elmetto nascondeva la Croce Rossa
dando così un altissimo significato alla sua missione;
scompare nella mischia: medaglia d'Oro!
Aldo Chiarini di San Giorgio in Piano, magnifico
graduato, trascina la sua squadra nei sei contrattacchi
per la difesa ed il possesso delle Quote; ferito
gravemente all'addome trattiene con le mani gli
intestini fino al posto di medicazione: ho vissuto da
bersagliere e da bersagliere voglio morire!: Medaglia
d'Oro!
Anche Quinto Ascione proposto per la massima ricompensa
commutata in quella d'Argento cade! Le case di Jagodnje,
più tardi celebrate e conosciute in tutto il mondo ad
opera di Sciolochow, premio Nobel della letteratura nel
1965, con il suo Placido Don, diventano improvvisamente
un caposaldo di estrema importanza da difendere
all'ultimo sangue e all'ultima gloria ed il martirio
spetta ai bersaglieri di Ercolani e di Palazzolo.
L'urto decisivo è del 25 contro il caposaldo di
Tschebotarewskij posto a protezione di Jagodnje. Il 3°
regge; il Novara ed il Savoia accorrono a sbarrare la
penetrazione e con l'aviazione che mitraglia e spezzona,
il nemico è contenuto.
Il 26 la situazione peggiora ancora.
All'alba preannunciatasi calma, succede il giorno
tremendo con la prima linea segnata da una tragica fila
di morti. Il maggior peso dell'attacco si riversa sul
XXV mentre azioni diversive vengono effettuate sul XLVII
Battaglione motociclisti del tenente colonnello Rubini
impegnato duramente nell'abitato di Bachmutkin. La
difesa della 2ª, della 3ª e della 106ª motociclisti è
meritevole di alto elogio.
Cade Don Palmiro Morandi, Cappellano del Battaglione
proposto per la medaglia d'Oro e con lui il sottotenente
milanese Ferruccio Petracchi: ferito resta al suo posto
ed aziona personalmente una mitragliatrice tolta ad un
bersagliere cadutogli al fianco.
Assunto il comando della Compagnia rimasta priva di
ufficiali la conduce all'assalto contro un nemico cento
volte superiore ed è fermato solo da una sventagliata di
parabellum: medaglia d'Oro!
L'attacco si esaurisce nell'insuccesso, ma deciso ad
impadronirsi ad ogni costo di Jagodnje, il nemico si
accanisce contro la balka Krisaja.
Anche questa volta i suoi sforzi sono vani nonostante
l'afflusso di nuove grosse unità e solo verso le undici
riesce ad infiltrarsi nello schieramento a sud del
caposaldo di Bachmutkin e il combattimento si riaccende
sul fronte della Celere con una violenza disperata.
Jagodnje però regge bene.
Quando il cerchio di fuoco la investe da tutti i lati e
le fiammate delle mitragliatrici e dei parabellum sono a
distanza ravvicinata l'ardore dei bersaglieri rompe il
tragico incanto e l'avversario è costretto a ripiegare.
Cinque volte si ripetono nella notte successiva gli
assalti e per cinque volte nella tragica oscurità di
quelle ore si ripete il grido: Terzo! Terzo di qui non
si passa!
Jagodnje segna anche l'epopea del reparto sanitario del
Reggimento. Muore il capitano Stralluzzi e con lui il
sottotenente medico Cao del XXV e due infermieri;
Mugnaini, medico del XVIII è gravemente ferito.
Avanza il giorno e la battaglia ingrossa.
Le munizioni scarseggiano e la radio del comando non
funziona più. Gli episodi sono così convulsi che i
proiettili delle nostre artiglierie cadono spesso sui
difensori e attraverso il vuoto della morte il nemico
passa e dilaga.
E' gravemente ferito il tenente Natali. Mengozzi, ferito
è costretto ad abbandonare il reparto, ferito pure è
Frizé che ha portato due volte la Compagnia al
contrattacco.
Cade il caporal maggiore Anfesi dopo aver ricacciato da
solo un gruppo di nemici e con lui Ercole Romenzani alla
testa della sua squadra.
Sono feriti quasi tutti i comandanti dei minori reparti.
Il momento è tragico. E' rimasto solo il Tricolore di
Messinese con pochi ufficiali; Fumagalli, Raimondi,
Fanucchi, Cataldo, Stricchi, Romanelli e Perrone guidati
da Palazzolo vanno all'ultimo contrattacco. Li sostiene
e li incita lo spirito di Aminto Caretto che li porta
alla vittoria ed alla seconda medaglia d'Oro al valore
collettivo!
Superba unità di guerra non paga del grande sangue e
delle eroiche imprese compiute nel precedente ciclo
operativo, chiamata all'arresto di grandi masse nemiche
trascinate sul Don, le ricaccia con impetuoso attacco
facendo brillare di piena e fulgida luce di fronte
all'alleato ed allo stesso nemico, le virtù guerriere
della stirpe italica.
Il sacrificio delle medaglie d'Oro Chiarini, Petracchi e
Gucci, l'eroismo del tenente Di Primo e di Santambrogio,
di Sani e di Sartori, costituiscono anche per il 6° il
nobile retaggio che i pochi superstiti raccolgono e
custodiscono con l'impegno di esserne degni.
Per quindici giorni il nemico tenta in quotidiani
attacchi di impossessarsi delle sue posizioni, ma il
Reggimento di Bologna non cede mai.
La Quota 208,4 è il suo calvario ma resta anche la sua
gloria.
A difenderla per una profondità di circa due chilometri
stanno il XIII ed il XIX Battaglione sui quali il nemico
si scaglia il 10 settembre.
La 9ª Compagnia perde quasi tutti i suoi effettivi ma
non un palmo di terra; il suo comandante, il
sottotenente Loi, ferito, è proposto per la massima
ricompensa al valore che sarà poi commutata nella
medaglia d'Argento; attorno a lui cadono Boschetti due
volte decorato, il maresciallo Bresci ed il sergente
Gualandi e tanti altri.
Don Celestino Nardin, il pio benedettino olivetano,
Cappellano del Reggimento, è decorato per la seconda
volta. Con l'azzurro del suo petto e quello della
depauperata schiera dei superstiti si chiude la prima
battaglia difensiva del Don e la prima parte di gloria
del 6° che si guadagna come il confratello combattente
al suo fianco una splendida medaglia d'Oro.
Salda e forte unità di guerra, già temprata in mesi di
aspra lotta su altro fronte, si prodigava nella dura
Campagna di Russia e nella leggendaria marcia dal Donez
al Don dando il suo potente contributo decisivo alla
battaglia rendendo vani i ripetuti attacchi fatti dal
nemico con mezzi e forze assolutamente preponderanti.
E' il giusto premio ad un eroico Reggimento e al suo
comandante che il 28 settembre lascia il comando ed è il
retaggio di fede e di ardimento che Mario Carloni dovrà
raccogliere per i futuri cimenti.
Il nuovo comandante è il padre della medaglia d'Oro
Bruno Carloni caduto alla testa della 2ª Compagnia a
Quota 360,2 e viene dalla Balcania.
Con lui il 6° continuerà la storia, l'ultima storia
cremisi della sua vita, tra Bolschai e il Donez, da
Rikowo al Dnieper fino a Pawlograd dove il 20 febbraio
del 1943 si guadagnerà la seconda medaglia d'Oro al
valore collettivo.
MESKOFF E CERKOWO
Sacrificio e Gloria
Siamo alla più
alta epopea del 3° ed al compimento di una impresa
titanica del 6°.
Si ripete ora la tragedia della Grande Armata
napoleonica; la tragedia di tutti gli uomini che nella
sventura hanno trovato la forza di reagire alle
avversità e di mostrarsi degni delle imprese loro
affidate.
Il 3° che aveva raccolto tanta gloria ed avrebbe potuto
attraversare ancora la steppa e sfidare i carri armati e
la cavalleria cosacca, ha l'ordine di resistere e di
immolarsi attorno alle isbe di Meskoff e di Cerkowo per
dar tempo ai reparti italiani e alleati di abbandonare
la linea e salvarsi.
Così anche il 6°.
I due Reggimenti privi dei vecchi combattenti morti o
feriti o avvicendati, agli ordini di due nuovi intrepidi
colonnelli, Longo e Carloni, appena giunti in Russia,
tengono fede all'impegno assunto sacrificandosi fino
all'estremo e scrivendo la più bella pagina della storia
di questa Campagna. Anche loro come i fratelli di
Nikitowka si consumano perché altri non muoiano.
I pochi del 3° che, finite le munizioni, affamati,
oppressi dalla lunga veglia e svigoriti dai tremendi
attacchi e irrigiditi dal freddo sono fatti prigionieri,
si incolonneranno per la lunga e dolorosa marcia del
Davai e si imporranno all'ammirazione dell'avversario,
fieri nella prigionia, non rinnegando mai la Patria e il
passato di prodi Figli di Lamarmora.
Gli altri, quelli del 6° si imporranno all'ammirazione
degli alleati e dei compagni delle altre armi; per loro
si sacrificheranno facendosi scudi di acciaio, impedendo
nelle sacche paurose dei russi di attanagliare i grandi
reparti ripieganti. Gloria, gloria, gloria a voi o prodi
che trasfigurati da una lunga prigionia o restituiti
alla Patria dopo aver protetto intere legioni, avete
saputo mantenere la fermezza degli uomini liberi e
coscienti della grandezza del compito assolto!
Quando il colonnello Mario Carloni assunse il comando
del 6° ben pochi erano i veterani ancora presenti al
reparto, che dopo un breve periodo di riposo negli
accantonamenti di fortuna a Bogutschiar, il 22 novembre,
poterono essere nuovamente schierati, in linea.
Le acque del Don, lente e sornione nei mesi estivi, ora
hanno fermato il loro andare e indurite dal gelo non
rappresentano più un ostacolo naturale, e le pattuglie
nemiche sopra di esse svolgono una intensa attività di
disturbo per tutto il vastissimo tratto di fronte.
A riprova di una saldezza d'animo che lascia ben sperare
per le prossime dure prove imminenti, tutti si
comportano da prodi, veterani e complementi.
Il 16 la grande offensiva nemica è in atto sull'intera
linea dell'A.R.M.I.R.. I russi, come l'anno precedente,
fanno largo uso di forze corazzate e di truppe fresche.
Il 3° è violentemente investito sul caposaldo di
Jagodnje.
Nessuno si fa più illusioni.
La vastità enorme dei quaranta chilometri difesi dai due
Reggimenti, la mancanza di mezzi corazzati e
dell'aviazione impegnati nella immane lotta di
Stalingrado, la esiguità delle riserve, un solo
Battaglione di bersaglieri a riserva dell'intera Celere,
e la scarsità delle artiglierie anticarro, hanno un peso
dominante sull'esito negativo della battaglia.
Nelle isbe e nelle balke i combattenti attendono vigili
la grande ora.
Nella vastità delle notti e sulla distesa gelata del
fiume dove bersaglieri e mortieri scrutano ansiosi,
scivolano leggere le pattuglie nemiche.
Ogni giorno l'aviazione nemica intensifica i
bombardamenti; ogni giorno nuovi scontri ed uno
stillicidio di morti e di feriti.
L'aiutante maggiore del XVIII tenente Paolotto cade
investito da una raffica di aereo. Gino Sintini della
17ª Compagnia cannoni perde gli occhi accanto alle
spoglie del tenente Apostoli.
Muore il sergente Puppis; stoico e fiero è il
comportamento del capitano Gastone Nardi che, non
abbandona la lotta anche quando il congelamento lo fa
stramazzare al suolo. Piselli, Quadroli, Vannucci,
Albrizio, tutta gente del VI, si comportano da prodi e
il XIII costituitosi a caposaldo agli ordini del tenente
Morra rompe l'accerchiamento nemico per congiungersi ai
resti della Sforzesca.
Il 20 la lotta è furibonda. I bersaglieri con le bombe a
mano affrontano i pesanti T34 per due giorni
consecutivi.
Il 24, l'intero Battaglione sopraffatto vede i pochi
superstiti incamminarsi sulla dolorosa strada della
prigionia.
Il VI ed il XIX, impegnandosi in disperate, eroiche
azioni di difesa, coprono i movimenti delle Divisioni in
ritirata. Più volte accerchiati rompono sempre la morsa
avversaria e raggiungono le nuove posizioni da difendere
ancora.
Anche qui l'eroismo è di tutti e per tutti vale citare i
nomi dei sottotenenti Rosa e Siniscalchi, di Ragonigi,
di Zampieri e Bergonzini, di Piazzi, Cornaccini e
Baldassarri.
Il maggiore Lecchi e i sottotenenti Bracchi e Camerini,
prigionieri, per quattro lunghi anni alimenteranno nei
bersaglieri compagni di sventura, il culto dell'onore e
della Patria.
Ora il nemico tenta di impedire i movimenti ai settori
del 3° e approfitta dei punti deboli per allargare la
sua azione fra i capisaldi del XVIII e del XXV.
L'attacco si profila violento.
Sono mobilitate tutte le riserve umane della steppa;
divisioni di siberiani, di mongoli e di tartari sono
gettate nella lotta.
Sui crinali delle balke del Don, fumanti nella tormenta,
ad una temperatura di oltre 30 sotto zero, sferzati dal
vento della pianura immensa, tedeschi, ungheresi, rumeni
e italiani difendono la sponda destra quando già tra
caposaldo e caposaldo si sono insinuati grossi reparti
corazzati.
Tutta la Celere già il 16 ha il presentimento del
sacrificio.
I valorosi nostri due Reggimenti, gli artiglieri del
120°, i mortieri dell'88°, la Legione croata, i
bersaglieri del LXVII corazzato e del XLVII
motociclisti, gente che ha vissuto per mesi e mesi la
gloriosa epopea dello CSIR assaporando l'ebbrezza dei
successi, oggi sa di non dover abbandonare il posto e di
morire. L'11ª Compagnia del XXV è attaccata all'alba
dalle forze russe.
Il comandante Federico Imbriano reagisce furiosamente e
dopo quattro ore respinge il russo penetrato nei
camminamenti; quaranta morti con i sottotenenti Ragucci
e Rizza; qualcuno tiene ancora il fucile imbracciato.
Sulla sua postazione Ragucci aveva disegnato un elmo con
il piumetto e scritto: di qui non si passa finché siamo
vivi! Tutti hanno tenuto fede a quelle parole!
Attraverso i vuoti dei Battaglioni, guardati dalle
pattuglie mobili, il nemico avanza risalendo la valle
Tichaja e punta velocemente su Meskoff dove è il comando
della Divisione.
Il 18, il 19 e il 20 la città resiste magnificamente.
Premuta fortemente sul fianco destro, minacciata alle
spalle dalle mobilissime truppe infiltratesi, sottoposta
ad un fuoco infernale di mortai e di artiglierie di
tutti i calibri, martellata notte e giorno
dall'aviazione, non cede un palmo di terra. Il 3° e la
Legione croata si battono leoninamente.
Il colonnello Felici ferito ad una costola lascia il
comando al colonnello Longo. L'attacco è stroncato anche
dagli scritturali, dai carabinieri, dagli attendenti,
dai furieri e da appartenenti ai servizi di quindici
unità, molti dei quali alla sera non rispondono
all'appello.
Il comando del Corpo d'Armata tedesco, per proteggersi,
si ritira portando con sé il 6° che arretra combattendo
per una ventina di chilometri.
Solo il 3° schierato intero è vigile attorno alle unità
che dal Don vanno a costituire una nuova linea di difesa
sul Tichaja. Il più bel Reggimento della Campagna di
Russia si sacrifica per consentire agli altri la
salvezza.
Ha
l'ordine di restare sul posto e resta: abbandonerà il
fiume solo quando tutto sarà finito e con la Legione
croata e il 120° artiglieria si incamminerà verso
Meskoff, altare del suo ultimo sacrificio; indicherà a
tutti la strada della salvezza ma rinuncerà a seguirla!
L'ordine del suo ripiegamento dopo lo sventramento del
fronte è del giorno 20 e la marcia di trenta chilometri
dura l'intera giornata e la notte del 21.
Il Reggimento ormai non è più la retroguardia di un
esercito in ritirata come nei manuali di guerra; è un
corpo staccato, abbandonato alla sua sorte.
Invece dei tedeschi a Meskoff ci sono i russi! Bisogna
cacciarli.
La Legione croata attacca con gli uomini del tenente
Braccia ed è uno spettacolo eroico. Molti cadono ma
altri continuano come se la morte fosse un fatto a loro
estraneo; la bella legione slava è interamente
distrutta.
Attaccano quelli del XVIII già mal ridotti nei giorni
precedenti e il loro strazio dura tutta la giornata e la
notte seguente. Assalti e contro assalti. Le mitragliere
da 20 del tenente Grosser cercano i carri armati russi
che sono appena accarezzati dai colpi. Nidi di
mitragliatrici fanno strage di bersaglieri nei tratti
scoperti. Imbriano alla testa dell'11ª compie prodigi di
valore attorno alla chiesa di Meskoff avvolta dalle
fiamme.
Le isbe vomitano fuoco da tutti i pori ma il XX ed il
XXV penetrano più volte fra casa e casa malgrado
l'inferno che li circonda.
La notte del 22 è un incubo di scoppi, di lamenti di
feriti, di disordinate corse nell'oscurità e di ricerche
affannose dei compagni scomparsi nella mischia.
Giunge l'ordine di ripiegare alle prime luci e Longo
tenta di riordinare i sopravvissuti.
Il settanta per cento manca all'appello! Gli ufficiali
sono attorno agli ultimi uomini.
Kalmikoff è una conca e tutt'intorno sui suoi crinali vi
è una miriade di sagome nemiche e di carri armati e di
mortai ed una pioggia di bombe e di proiettili a non
finire.
Quanti mezzi e quante fanterie sono necessari per
piegare la forza di un Reggimento semidistrutto e di
pochi croati! La potenza del nemico è ritardata dalla
potenza dei cuori dei Figli di Lamarmora!
Così il 3° è stato visto per l'ultima volta attorno alla
collina di Meskoff e nella conca di Kalmikoff; così per
l'ultima volta sono stati visti i volti di questi grandi
uomini!
Il capitano medico Rossi abbandona l'ospedale ormai
colmo di morti e anche lui va a morire nella mischia.
Pallavicini e Bertacchi pure medici del Reggimento
organizzano gli infermieri ed i servizi dell'ospedale da
campo e corrono alla battaglia.
La storia di Meskoff è una interrotta offerta di sangue
in una battaglia senza speranza e i suoi sacrifici e le
sue glorie rimarranno sconosciuti per la maggior parte.
Qui il bersagliere è solo davanti al suo coraggio ed
all'Altissimo. Non ha nessuno che lo vede e possa
raccontare le sue gesta dopo Meskoff; il suo eroìsmo
resta anonimo; per questo non sarà mai possibile
rievocarlo!
Carlo Garau, fratello della medaglia d'Oro Giovanni, e
il sottotenente Martelli, gravemente feriti in ripetuti
attacchi sono ricoverati nella chiesa che brucia e nelle
poche ore che precedono l'annientamento del Reggimento
sono di conforto e di esempio a tutti i feriti. Della
loro fine nulla si saprà come di quella di tutti i
ricoverati in quel luogo santo.
Il caporal maggiore Stroppa scompare con la sua
mitraglia e con l'intera sua squadra. Il tenente
Parmeggiani ferito e catturato non rivedrà più la Patria
e il bersagliere Mandrini che lo aiuta nella tragica
odissea verso i reticolati non avrà miglior fortuna:
anche di lui non si saprà più nulla.
Tata e Squadroni, fidi collaboratori del colonnello
Longo e valorosi comandanti di Battaglione morranno
durante l'allucinante marcia della prigionia. Anche
Giuliano Fanucchi sempre ardente di fede e di azione
cederà durante quella feroce marcia; abbandonato
febbricitante in una jsba alle cure di una ucraina
scomparirà per sempre. Il siciliano Stefano Cattafi di
Barcellona, ferito ad Arbusow non desiste dall'attacco
fino a quando non riesce a vincere il nemico e su di
esso cade: medaglia d'Oro. Il capitano Matteo Marciano
con i suoi superstiti assalta cinque volte l'avversario
prima di morire.
Mario Ciotti all'ordine di ripiegare urla selvaggiamente
che cento italiani valgono tremila russi e non si muove:
rimane là, per sempre, nella neve di Meskoff. Il
colonnello Longo tradotto davanti ad un alto ufficiale
russo per essere interrogato si sente congratulare per
l'eccezionale valore dei suoi bersaglieri che soli, con
il balenio delle baionette ed il fragore delle piccole
bombe a mano, soli con i loro morti, si ersero contro
l'acciaio dei carri armati, infransero le cinture
ferrate nemiche sdegnando il pericolo, bagnandosi sempre
nel sangue dei fratelli prima di ogni balzo verso la
gloria e verso la morte.
I pochi superstiti abbandonati nell'immensità della neve
che circonda i fili spinati dei campi di prigionia
saranno confortati da Don Bonadeo degno continuatore
dell'opera di Don Mazzoni e di Don Davoli.
E la cronaca della prigionia degli uomini del 3°, come
del resto quella di tutti i soldati d'Italia cui toccò
quella triste sorte, è la più spietata pagina della
storia dell'umanità dove ogni pietà è morta, ma i
bersaglieri in quella tragedia, posti fuori della
guerra, in quei vasti campi dominati dalla ferocia e
dalla più grande miseria, tengono fede al giuramento
della Patria.
A Kantemirowka per tre giorni, il 17, il 18 e il 19
dicembre il tenente colonnello Luigi De Micheli, il
maggiore Bertolucci ed il caporale Trevisani con sedici
volontari tutti addetti ai servizi di sussistenza,
presidiano la città e la difendono dai russi.
Solo quando i magazzini sono sgombri e tutto il
materiale è posto in salvo essi rompono
l'accerchiamento. I pattuglioni che si affacciano al
paese sono ricacciati con i moschetti e le bombe a mano,
unico tesoro di quei pochi prodi.
A Cerkowo il 13 era giunto Virginio Manari con i
complementi che non si erano riuniti al Reggimento a
Meskoff.
Il fronte è frantumato, la ritirata ingoia interi
reparti e nell'abitato si insinuano i primi carri armati
russi.
Manari si prepara alla difesa e per giorni e giorni
lotta, corpo a corpo, come uno qualsiasi dei suoi
bersaglieri.
Gli è a fianco il dalmata Enzo Drago, grande cuore di
bersagliere e trascinatore di reparti nella lotta
disperata.
E' tutta gente già provata nei combattimenti della valle
di Arbusow e venuta a Cerkowo in cerca di un po' di
riposo, ma questo è un punto obbligato per le truppe che
ripiegano e bisogna difenderlo il più a lungo possibile.
I russi premono disperatamente sul caposaldo con ogni
specie di artiglieria e di mortai che producono immensi
vuoti nelle file italiane e tedesche.
La notte di fine anno Manari è ferito, e il giorno dopo,
capodanno 1943, piega la testa fra le braccia del
caporale maggiore Antonio Loizzi e la sua salma calerà
nella bara di ghiaccio con il piumetto e la divisa
logora bucata da tanti colpi.
Sotto la guida di un altro valoroso bersagliere, il
maggiore Cesare Massone, Cerkowo regge ancora per
parecchi giorni e i difensori scrivono un'altra pagina
degna di ricordo nella storia del Reggimento.
Il 18 gennaio con i fanti dell'80° e con i reparti
tedeschi ormai fusi in unico blocco si aprono un varco
nelle linee avversarie e ripiegano verso luoghi più
sicuri: verso la salvezza.
Al 6° che aveva seguito il comando dell'Armata tedesca e
respinte tutte le infiltrazioni nemiche è affidata la
difesa di Kjiewski punto di incontro delle forze in
ritirata. Compito duro e impegnatissimo questo, contro
le corazze nemiche.
Anneskj è la prima tappa del suo cammino nella notte di
Natale del '42 e il nemico è frustrato. Krassnojarowka è
la seconda ma qui i russi non vogliono cedere e
incendiano il paese. Tra le fiamme, in una atmosfera
allucinante la lotta si fa accanita, i bagliori la
rendono irreale come irreale è il valore degli uomini
del 6°.
Poi Marijewka, venticinque chilometri più a ovest, e
sempre alla retroguardia in duelli furibondi contro un
avversario baldanzoso. Tutti sono prodi, dal colonnello
Carloni al maggiore Fortunato ai bersaglieri Bassi,
Ghetti, Diletti, Romagnoli, Turco, Scotti, agli
ufficiali medici Bononcini, Biso ed Elisci tutti
decorati.
E le perdite! Quante sono le perdite? Nessuno riuscì mai
a saperlo! I superstiti paghi di contribuire a salvare
tanti fratelli in cammino verso la casa e al ricordo
delle vittoriose battaglie sostenute durante l'estate
precedente sulla Quota 331,7, a Jwanowka, Bobrowskiy,
Baskowskiy e Jagodnje alimentano nella lotta il pegno
d'onore da rispettare fino in fondo, fino all'ultimo di
ognuno di essi.
La ritirata nel quadro dell'arretramento dell'intero
fronte si tinge dei colori della tragedia.
Le pagine del più fulgido eroismo si stemperano nel
grigiore della sconfitta, ma troppa è la luce che
rifulge sul 6° perché essa possa scolorirsi nel nulla.
A Korsunnj nel gennaio, fuori dell'immediato raggio
d'azione della incessante offensiva nemica il Reggimento
spera in un meritato riposo ristoratore. La speranza è
troncata dopo brevi giorni.
Il nodo ferroviario di Pawlograd è in serio pericolo e
la sua perdita condurrebbe alla catastrofe delle unità
tedesche in ritirata. Tocca al 6° difenderlo e
respingere le formazioni corazzate sovietiche che
minacciano l'intero schieramento del Dnieper a Ternowa,
a Dimitriewka e a Borgdanowka. Resiste fino alla metà di
febbraio agli assalti russi e all'insidia partigiana.
Man mano che i giorni passano il fronte si accende di
nuovi e sempre più insistenti bagliori di lotta
culminanti a Pawlograd il 17.
Il VI e il XIX Battaglione stremati difendono il
caposaldo incalzato da ondate che si rinnovano senza
interruzione.
La lotta assume toni drammatici; le posizioni perdute
nei primi attacchi sono riconquistate e mantenute per
ben dieci giorni durante i quali le Divisioni tedesche
organizzano una linea di difesa sul fronte del Dnieper.
I mezzi nulla hanno potuto contro la volontà eroica dei
bersaglieri e un nuovo serto di gloria corona tutto il
6°.
Il 17 Pawlograd è abbandonata e il Reggimento si dirige
a Nowo Moskowsk.
Sfilano sul ponte del Samara, difeso ad oltranza, le
artiglierie, gli automezzi ed i carri armati tedeschi;
ultimi i bersaglieri di Carloni e le piste della steppa
si tingono ancora di sangue e si punteggiano di piumetti
neri disseminati lungo i tratturi accanto ai mezzi
corazzati distrutti.
A Snamenka la reazione nell'interno dell'abitato è
ancora vinta dai bersaglieri; poi a Dnieppetrowsk dove
il compito del Reggimento finisce contro gli ultimi
attacchi nemici.
La Campagna di Russia si è conclusa. Il sigillo
dell'eroismo glielo ha impresso il 6° Reggimento
bersaglieri!
E l'ultima gloria segnò i petti del maggiore Fortunato,
del bersagliere Savini, del Cappellano Don Gherardi, dei
tenenti Rossi Sabatini ed Eibestein, di Golinelli, di
Briganti, e di Casati, di Grieco, di Buchi e Siniscalch,
di Nelli e di Magnani; andò a sfiorare i tumuli dei 1734
rimasti in tutti gli angoli della steppa e si posò sulla
Bandiera del Reggimento con la seconda medaglia d'Oro
dedicata ai vivi ed a tutti i morti che in nobile gara
di eroismo e di sacrificio con altre truppe, avanguardia
ardimentosissima in cruente punte controffensive,
temeraria ed implacabile retroguardia, in durissimi
combattimenti di arresto contrastò passo a passo le
forti Colonne nemiche, rompendo più volte
l'accerchiamento con mezzi ed armi inferiori per numero
ed efficienza, tenendo ovunque alto il nome d'Italia.
E tutti nella Campagna, attraverso le vicende più
disperate riuscirono a mantenere la volontà ardente di
resistere per un altro mese anche quando l'ultimo
reparto dell'ARMIR aveva cessato di combattere.
Contro tutti gli ostacoli e ogni squilibrio di mezzi,
superando il tormento imposto dal clima e le fatiche e i
disagi imposti dalla disfatta, scrissero pagine di
eroismo degne di uomini di antica leggenda, degne solo
degli uomini del 6° Reggimento Bersaglieri!
E quando, tornati in Italia, costretti ad abbandonare le
armi in un campo di disinfezione e a proseguire il
cammino disarmati, videro la loro Bandiera avviarsi alla
sede di Bologna scortata solo dal colonnello Comandante
e da due sottufficiali, non imprecarono contro la
miseria dei tempi e degli uomini; tutti, tutti,
tornarono alle loro case ed alle loro opere di vita a
testa alta, fieri del dovere compiuto e del nastro
azzurro che fregiava i loro petti. |